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Da L'Adige, 25 agosto 2004

Da L'Adige, 25 agosto2004 «Il loro volto sia monito per la pace» Tanta gente attorno alle bare per l´ultimo abbraccio ai soldati Ex combattenti provenienti anche dall´Austria alla cerimonia funebre di Pejo. Don Turrini ha ricordato la tragica morte e il dolore delle famiglie dei caduti di Maria Vender «Nella serena maestà delle Alpi la morte unisce ed affratella le spoglie dei combattenti dalla guerra divisi e travolti». Così recitano le parole incise sulla pietra del monumento ai caduti nel cimitero militare austro-ungarico di Pejo. Parole che infondono serenità, a colmare il vuoto della morte e il grido delle sofferenze che ieri hanno accolto le spoglie dei tre soldati rinvenuti tra i ghiacci dell´Ortles, nel corso della cerimonia commemorativa officiata da don Fortunato Turrini e dal parroco di Pejo don Piergiorgio Malacarne. Portate a spalla dai giovani del Soccorso alpino, dei vigili del fuoco e degli alpini della sezione di Pejo, alle bare dei soldati è stato dato finalmente l´onore di una sepoltura in terra negata nel momento in cui la loro vita volò via, per lasciarli scivolare nel sepolcro immacolato della neve. E proprio per restituire quella gloria che allora è mancata, una piccola folla ha presenziato alla cerimonia nonostante la pioggia.

Tra la gente anche autorità come l´assessore provinciale alle politiche per la salute Remo Andreolli, i consiglieri provinciali Guido Ghirardini e Denis Bertolini, il sindaco di Pejo Alberto Rigo e l´assessore alla cultura di Dimaro Andrea Mochen. La profonda commozione ha abbracciato anche i membri delle associazioni militari, delle 19 sezioni degli alpini della Val di Sole, coordinate dal capozona Giovanni Zanetti, dell´Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti, i rappresentanti della Croce Nera Alta Austria. Questi ultimi erano giunti proprio per onorare i vecchi commilitoni morti al di fuori dell´Austria, insieme ai Kaiserschützen di Innsbruck in congedo e al picchetto d´onore del comando militare di Innsbruck in servizio. Centinaia di persone si sono strette a semicerchio attorno ai tre soldati, in un abbraccio ideale che ha voluto accoglierli come se fossero stati ancora vivi, «in nome della fraternità e dello spirito di umanità» come ha invitato a fare don Turrini. Sempre don Fortunato ha poi ricordato «la loro morte, il dolore di famiglie, mogli, fidanzate, che non hanno potuto piangere sul loro corpo». Benedette con l´acqua santa e l´incenso, onorate con un minuto di silenzio e con il suono delle trombe, le salme dei tre soldati sono divenute un monito per l´efferatezza della guerra, nel loro essere «pietose, orribili ma bellissime - come scritto nella poesia «Cimitero di guerra» letta al termine della cerimonia - e soprattutto tremendamente umane». «Non vogliamo ricordarli per suscitare nostalgia - ha dichiarato Udalrico Fantelli, presidente del Museo della Guerra Bianca di Pejo - ma per ridare onore a chi ha dovuto soffrire e morire perché noi continuassimo ad avere una speranza. Non sappiamo ancora chiamarli con un nome, né conosciamo con certezza la loro provenienza. Ma basti il volto drammatico della loro sofferenza, per aiutarci a fare tesoro del passato, a capire che questi momenti possono essere evitati solo con la pace». Un messaggio di fratellanza di cui si è resa portavoce anche Annamaria Wieser, in rappresentanza della Croce Nera Alta Austria, ricordando con grande commozione quelli che ha definito come «eroi» e che con il loro estremo sacrificio hanno permesso di «riunirci sotto la stessa bandiera europea, per dare una lezione di pace e unità a tutto il mondo».

 
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